Incipit del romanzo:
Oleandri in fila ai due lati della strada, macchiati di bianco e rosso, rosso e rosa, si aprivano a ventaglio davanti ai suoi occhi. Una vacanza lunga, aveva detto ai colleghi. Dopo le avventure in Medio Oriente, una stagione di safari in Kenia. Kabuji, vecchio amico di studi, lo avrebbe accolto a braccia aperte, il buon Kabuji.
L’andatura lenta con la quale procedeva sull’autostrada cullava i ricordi. Gli sembrò di rivederlo, quel ragazzo alto e magro al quale aveva insegnato a giocare a pallone nel campetto dell’oratorio, dove i figli dei poveri, di qualunque colore fosse stata la loro pelle, avevano qualche possibilità di sottrarsi alla strada.
Gli parve di rivedere anche Don Gobetti, con le sottane tirate su, che, con due mosse di piede, il “cucchiaio” e la “veronica”, un calcio all’insù e una piroetta, faceva sparire il pallone sotto i loro occhi.
Rideva da solo Sebastiano: quei ricordi di giochi lo mettevano di un buon umore misto a tenerezza.
In collegio crescevano insieme bambini africani, sottratti dai missionari alla fame e alla malaria, con figli di contadini lombardi, che intorno al tavolo avevano troppe bocche da sfamare. Mangiavano poco anche in collegio, studiavano e venivano educati dai preti con la dichiarata speranza che un giorno diventassero pastori d’anime, come loro, ma giocavano tanto. I canti, le scorribande in cortile, le partite di pallone scalzi, parvero a Sebastiano i soli ricordi che si erano stampati nella sua mente: grappoli di ragazzi sempre in corsa e un vocio scomposto e allegro.
Ma il sorriso gli si spense sulle labbra man mano che davanti a lui, sovrapponendosi alle immagini dell’infanzia, gli apparivano altri bambini. Si presentarono in un modo strano.
Quei bambini, come scherzi argentati del sole, che gioca con l’asfalto e si fa acqua e folletto e mostro, apparvero dentro una visione spettrale: la polvere negli occhi che lo accecava, e il boato enorme che lo ingoiò e lo risucchiò come una bocca mostruosa, la saliva acida, e il franare aguzzo di vetri. Il buio. Aveva gridato lui per primo? O si era svegliato circondato da urla isteriche, stracciate nei singhiozzi, nel tossire soffocato?
Gli oleandri gli correvano incontro e gli aprivano negli occhi fuochi d’artificio: gli oleandri e la corsa affannata di quel bambino, la corsa di un metro, due, la fuga dalla morte che sagace lo ghermì alle spalle prima che raggiungesse Esther, la sua maestra, che non poteva aiutarlo, non poteva, perché le sue gambe erano rimaste incastrate sotto le macerie, soltanto gli gridava di raggiungerla, di correre, finché poté gridare: poi la nuvola grigia e densa della polvere. Una sterzata e Sebastiano fermò l’automobile al Grill. …
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