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La pagina della scrittrice
Appunti di Poetica I
° La scrittura nasce dalla vita: è il dislocamento
della vita nella letteratura. E’ per questo che la scrittura vuole intorno
a sé fatti, tempo, gente, storie.
° Se nella scrittura non ci sono, questa è vuota (tecnica, retorica,
ma non scrittura ‘piena’).
° La vita vissuta e la scrittura sono l’una lo specchio dell’altra:
ma uno specchio infedele, perché l’una diventa sempre qualcosa di
diverso guardandosi nell’altra.
° Rispetto alla vita e alla scrittura mi sento come Bradamante-Teodora de
“Il cavaliere inesistente” di Italo Calvino. Bradamante guerriera,
calata a pieno nella vita che è fonte di esperienze forti, una vita vissuta
nelle sue contraddizioni e nei suoi conflitti, nei suoi entusiasmi e nelle sue
utopie. Teodora mistica e conventuale che si ritira dalla vita per …scrivere.
Infatti scrivere non è vivere, ma guardare la vita, rifletterla, con continui
giochi di rifrazioni e fate morgane e miraggi: “ l’arte di scrivere
storie sta nel saper tirare fuori da quel nulla che si è capito della vita
tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci si accorge che quel
che si sapeva è proprio un nulla”. Così dice Teodora e ritorna
alla vita nelle vesti di Bradamante in un ricorso ciclico di vita-scrittura-vita.
° Ci sono molte cose che popolano la mia vita; ma solo quando le scrivo, diventano
‘segni’, ‘tracce’, ‘indizi’, non solo di ciò
che è avvenuto, ma anche del ‘non avvenuto’, e dell’
‘oltre’: il ‘non avvenuto’ si riscatta nella scrittura,
nel dire di non dirlo; l’ ‘oltre’ è l’ignoto che
abbiamo in noi e intorno a noi: qualche volta scriverlo vuol dire raggiungerlo,
magari per un barbaglio, uno sfavillìo, una memoria che subito cade; è
il montaliano ‘malchiuso portone’: l’attività della scrittura
permette di vedere ‘il giallo dei limoni’; poi si passa oltre, ma
quello resta, è diventato un segno, che prima non c’era.
° La scrittura è creazione, è un’energia che si fa segno
sull’ impermanenza delle cose, nasce dal desiderio di non morire.
° Gli scrittori di oggi hanno tutti il problema della ‘storia’.
Quelli del secolo scorso no: i loro romanzi erano storie, intrecci. Gli scrittori
di oggi hanno il problema della ‘storia’ perché oggi le storie
ci implodono dentro, si vive senza storie e trapassati da storie spezzate, sono
venuti meno ‘gli appigli’, anche l’oggetto ha finito di essere
tale: è un problema storico, ma anche esistenziale, è diventato
anche un problema nella scrittura.
° Io volevo raccontare un destino di storie spezzate, non concluse, rubate,
implose (che sono della mia vita, della vita di molti – ma anche della letteratura
del nostro secolo – che sono di me donna, ma anche di tutte le donne. E’
da questo che è venuta fuori la particolare “partitura linguistica”
di “C’era una volta una donna”: un procedere per analogie, per
fughe e per pause, per flash e per richiami di memoria, una sorta di intrusioni
di storie che non finiscono, raccontate a tagli di forbice, a impulsi cardiaci,
o alle quali manca il centro.
° E’ un problema di scrittura e un problema di vita: evoco la storia
con le parole che non dico, non racconto, non narro. Sulla pagina: un buco. Sulla
pagina: una macchia d’inchiostro nero.
° La scrittura è anche l’invenzione che non c’è
nella vita, il riscatto che manca nella vita: ciò che è ancora ignoto,
ciò che ci è stato tolto, ciò che abbiamo ancora da esplorare.
° Poi si scrive quando si decide di andare oltre: qual è stato il mio
oltre? Il sogno, l’elemento onirico; la fiaba, l’elemento fantastico…
e non solo.
- Estratto da “C’era una volta… una donna” [ Leggi
]
Appunti di poetica II
Bretòn, sì, è forse Bretòn che
disse “La poesia non deve andare oltre le lenzuola del proprio letto”;
ma sì, questa affermazione mi ha colpito.
Per anni ho scritto poesia su pagine sparse, sulle sopraccopertine dei miei libri,
nelle agendine tascabili, e non l’ho mai letta a nessuno, anzi, l’ho
gelosamente nascosta, quasi a non permettere che si scoprisse una mia imperdonabile
debolezza, una ingenua concessione al sentimento, quasi a non voler apparire diversa
da tutti gli altri.
Tentativo inutile. Diversa non ero, ma tale mi sentivo, con quel disagio rabbioso
e carico di malinconia che ti porti sulla pelle, a diciotto a vent’anni,
con tutti i gridi che ingoi e che ti scoppiano dentro.
Eppure allora c’erano tanti gridi nell’aria, ma i miei restavano dentro
– o almeno mi pareva – perché erano miei, e li sentivo diversi,
indicibili: era già poesia.
Poesia dispersa e ritrovata, a brandelli nella ‘recherche du temp perdu’
degli anni della maturità, ingenua, smemorata, sofferta, proprio come sogni
faticosi fra le lenzuola gualcite, e in quelle segrete intimità di donna
doveva restare: non oltre il lenzuolo, come dice Bretòn, o forse qualcun
altro, non ricordo.
Poi ci fu la stagione delle parole, come nastro, parlarci dentro, parlarci sulla
spalla, parlare in assemblea, parlare all’amico, al compagno e...allo psicanalista:
buttare fuori, la libido repressa che si metaforizza nel gesto politico, i gridi
che diventano messaggi, e soprattutto io io io, quell’io schiacciato tra
il superego e l’es, tirannici compressori… ecco, Italo Svevo, per
la sua ‘Coscienza di Zeno’ parla di letteratura come terapia, ci credo,
e qualche volta una cartella tecnica – la descrizione interpretazione di
un sogno secondo le chiavi freudiane o junghiane – è diventata i
miei “nastri rossi”, i miei “ coltelli”, i miei “serpenti”,
o meglio, ci sono stati prima i miei “coltelli”, i miei “serpenti”,
i miei “nastri rossi” e poi l’interpretazione dei sogni.
Svevo-Zeno scrive “La coscienza” per lo psicanalista, ma poi, arrivato
alla fine, rovescia ogni cosa, dichiara di averlo fatto solo per se stesso e rimette
tutto in discussione.
E non è, anche la poesia, l’estremo riscatto da quell’anima
razionale e razionalizzante che mi vive dentro e mi spiega il mondo per cause
ed effetti e triadi dialettiche di hegeliana memoria?
La poesia che non dà soluzioni, che non offre spiegazioni, che travolge
in metafora il concetto e libera la parola dalla gabbia del suo senso base e,
in combinazioni fonico-semantiche, per accostamenti sinestesici, attraverso bizzarre
ellissi sintattiche, le dà la magia ora feroce ora tenera della fiaba,
la tira fuori da una dimensione temporale storica e da una spaziale geometrica.
Io, come persona, ho la giornata scandita in tempi reali, combinati e combinabili
con quelli degli altri, secondo convenzioni: sveglia, lavoro, pranzo …divisa
in spazi reali: la casa, la strada … ma quando il tempo e lo spazio mi scoppiano
dentro, è nella poesia, in quei frammenti di poesia – “perle
bucate perse sul cammino”, “frantumi di lenti miopi”, “schegge
che non compongono mosaico” – che io riciclo il mio tempo infinito
e indefinito, un tempo ancestrale, dove l’esperienza contingente, l’hic
et nunc, si allunga nel passato come l’ombra del tramonto e si continua
nel futuro – “ Shahrazad Shahrazad e fiori di mistero/ fra le nostre
dita/intrecciate in un tempo/ che s’infutura/ e sbianca la notte/nella fiaba”
-, dove lo spazio slarga dai “ Lungarni impollinati di sole” ai “palchi”
dei teatri, lontano, oltre, fino alle ‘torri d’oro” degli Aztechi.
Io, come persona, procedo nel quotidiano per causa ed effetto, con un realismo
semplice, con una concretezza pratica e naturale: la vita, la morte, il dolore,
la fame, la gioia; risolvo i problemi con lucidità ‘filosofica’:
tesi, antitesi, sintesi. Ma quando la combinazione non torna, quando le regole
del gioco mescolano le carte e le sintesi vincenti non bastano, e gli effetti
reali e concreti impoveriscono e avviliscono le cause, è la poesia che
mi salva, perché nella poesia i sistemi si rovesciano, e posso vedere New
York nell’angolo di una luna bizzarra, che illumina il mondo di sbieco,
e posso calarmi nel pozzo delle angosce che il mondo rifiuta – “ il
cilindro non ha più fondello/ rovesciata la paura arcana/di bambini seduti/
sull’orlo del pozzo. / Lascio la mano rassicurante/ che impedisce il mistero/
e bagno di nebbia/ mi avvolge senza tempo/ nella spirale / di un lungo orgasmo”
– e posso amare senza chiedere niente e senza paura di essere usata.
La poesia travolge le saggezze “del sistema” e nasconde la propria,
terribile saggezza, in bilico sull’abisso, nell’immagine, nel segno
che si fa colore, suono: “il saltinbanco dell’anima mia” dice
Palazzeschi.
Eppure io non gioco, quando faccio poesia, perciò mi si addice di più
il mio “Pierrot del carnevale tragico/che programma il riso e la morte”.
I nostri sono giorni grigi di compromessi, di traslazioni politiche e anche di
fuoco e di morte. Ma la poesia è formazione di un mondo alternativo. È
capace di bruciare le mediazioni del quotidiano e della storia e quindi di consumare
le contraddizioni in una catarsi fantastica. La poesia avrebbe dunque la capacità
di operare in se stessa la palingenesi del mondo, vincendo i percorsi lenti della
storia. Io, allora, giocherei nuove nascite, quelle che la storia non partorisce,
nella e con la parola reinventata: dunque, un’utopia concretizzata nel segno.
Ma il mio Pierrot, ogni giorno, si scontra anche con la sua verità e con
quella di tutti, il mio Pierrot sa il dolore e la morte, sale sul palco con gesti
scenici, ma ha coscienza della mistificazione. Perciò il suo carnevale
è tragico e la mia poesia è anche dubbio e tensione, anche vuoto
e attesa senza risposta: è portatrice sì di un’utopia, di
un’idea di salvezza, ma di un’utopia triste, che ha in sé il
peso di quante cadute e assenze, di quanti ‘smacchi’ dell’uomo
e della storia non siano risarcibili soltanto con la poesia.
E infine, ‘de poetae solitudine’, sul solipsismo cioè, sull’amatodiato
solipsismo.
Scrivo per me? Scrivo per gli altri?
La poesia è comunicazione: c’è scritto anche sui libri di
scuola.
Tempo fa, quando mi si chiese, non ricordo in quale gruppo o in quale circolo,
di esprimere qualche parola sulla poesia come comunicazione, io, in forma che
ora trovo un po’ cattedratica, dissi: “Nel momento in cui ho fatto
poesia, l’ho staccata dal magma del mio io esistenziale; essa ha acquistato
un’esistenza e una realtà propria, che può superare le mie
intenzioni e ha una sua storia, che può non coincidere con la mia. Io ho
prodotto un organismo poetico che, in quanto tale, interagisce con e nell’ambiente
in cui si svolge la sua funzione, con lo spazio della pagina, con il lettore,
con la voce, e si tiene in vita e si sviluppa grazie ad esso. Questo intendo quando
affermo che la poesia è sempre un fatto sociale: esercita un’azione
che posso dire interna, in quanto propria dell’organismo elaborato dal poeta
ma, con una intrinseca carica trasformatrice, si continua e si sviluppa grazie
ad un’azione esterna esercitata dall’ambiente sociale. La poesia può
essere sviluppata, direi anche crescere nel e con la risposta del pubblico.”
Ci credo ancora. E proprio per questo dico: scrivo per me. Perché la poesia
diventa altro da me, e con me si rincontra, come s’incontra con gli altri,
e a me parla nuova lingua da quella da cui nacque: “il mio ectoplasma è
uscito / un parto lungo faticoso / il sogno di una notte (...) e, come al figlio
cresciuto/ con la rabbia e l’amore, / non posso chiedere il conto / del
dove e del perché (…) la sua parola non si consuma / e non invecchia
/ è la favola dell’andare /come il Pierrot di raso bianco / e vernice
in un viso / di fumo e essenza/ in un viaggio dove / e poi riandare a piangere
sotto i ponti / a raccogliere riso di pietra / che taglia lingua e sapore / finché
incontra il transessuale / che insidia la sua pazzia / con la ragione del sesso
degli angeli. / Non chiedermi perché / Non conosco il terminale / e non
sto dietro ai suoi passi./ Non chiedermi il perché.”
Una lingua che si è fatta ricca dei suoi stravaganti viaggi nella parola,
fra gli uomini e le cose, nel dolore e nell’amore,
“ in viaggio comunque”.
(le citazioni sono tratte da poesie dell’autrice)
- Estratto da "Andante Leggero Grave" [Leggi]
Appunti di poetica III
La ‘vita è sghemba’: non c’è bisogno di spiegazioni.
Io ho pensato alle seggiolette impagliate nelle quali mia nonna mi faceva sedere,
una io, una lei, una davanti all’altra per ascoltare storie: lei raccontava,
io ascoltavo e commentavo. Quelle seggiolette erano sempre un po’ zoppe,
un po’ storte, a volte rischiavi di trovarti ‘culo a terra’.
Non è così la vita? Ti ci accomodi e lei ti invecchia sotto il sedere
e ti butta giù: non resta che continuare a cercarla, “ferocemente”,
dico determinata, “nel domani”, perché tutti abbiamo diritto
a un futuro: anche gli orfani, anche quelli che, come passeri, bussano alla mensa
dei poveri. Oggi che le storie le racconto io, ho bisogno di quella sedia vecchia
della nonna, zoppa e sbilenca quanto vuoi, - c’est la vie – ma l’unica
a disposizione per … scrivere – come la Teodora-Bradamante di Calvino-
e poi riandare, nelle strade, a cercare storie negli occhi dei passanti e nelle
loro tasche bucate.
- Estratto da "Se la vita è sghemba" [Leggi]
Un viaggio personale attraverso la poesia
Chi scrive con fini artistici ha certamente provato, almeno
una volta, l’esperienza inquietante di essere trasportato dalle sue parole
a delineare figurazioni di significato a lui stesso misterioso, di avere poi intuito
la ‘significatività’ di tale significato prima che l’enigma
del senso gli si risolvesse a livello mentale e di essere andato poi a decifrare
quello che aveva scritto, direi con stupore e con rispetto, per trovarne la pregnanza
nella vibrazione e nella risonanza delle parole, che rimandano ad un ‘oltre’
che resta insoddisfatto da qualsivoglia decodifica interpretativa, ma da cui si
esce con la convinzione di essere stato portatore di un messaggio che travalica
l’esperienza personale, che ha attraversato soglie oniriche e improvvisamente
ha spalancato una porta su un abbaglio abbagliante.
Ho vissuto in particolare questa esperienza con la mia poesia ‘ La strega’
dove la donna- strega subisce l’inquisizione e il verdetto colpevolizzante
opponendo a questo l’accettazione della sua identità e l’eroica
difesa della medesima fino alla catastrofe e alla catarsi purificatrice.
- Estratto da "FUTURA (o le cose avvenire)" [Leggi]
Qualche ‘incipit’ fra le pagine dei romanzi
Fortuna
che sono nata d’estate
La
mosca d'oro
Qualche ‘incipit’ fra le pagine dei racconti polizieschi
L’Ispettore
Arcangeli in storie di ordinaria follia
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