Racconti

Un ‘Clicqot’

 

 

Dodin dichiarava

– le pesche sono rosse come fragole –

Io osservai che mancava lo champagne, non lo avevo in casa

– non brinderemo – disse lui – a che cosa, peraltro? –

‘Peraltro’, ‘peraltro’, è il suo intercalare monotono e sempre uguale

– non c’è altro per cui versare bollicine di champagne: vuoi dirmi questo, Dodin? – pensai.

Gli occhi mi si riempirono di lacrime

– anche te, nella pattumiera – pensai ancora – i miei ‘amori’, nella pattumiera, come le carte translucide e un poco unte del prosciutto che ho disposto nel piatto, come il mio ‘lines’ insanguinato: nella pattumiera. Ancora una volta, e a distanze sempre più ravvicinate: Alberto … un anno, sei mesi Marco, tre Roberto, e Dodin? Soltanto un mese… perché? –

Questa considerazione diventava nella mia mente un’astrazione che si diramava ad albero, ogni ramo un uomo, un progetto, un affetto, un fallimento. Dodin mi guardava, forse sapeva, non gli avevo mai parlato degli uomini che nella vita avevo conosciuto prima di lui, diciotto, compreso lui, non avevo avuto ancora il tempo di parlargliene, forse non lo avrei mai fatto, riguardava soltanto me, – a venti chiudo – pensai: che pazza, vorrei essere l’ultima donna del mio ultimo uomo; basta scarpe di numeri diversi allineate sulla porta, basta odori diversi di arricciati pubi: lui sapeva di muschio sapido e io lo leccavo, il suo pube, lui schiudeva appena le gambe e io lì trovavo la nicchia per la mia faccia. Voglio sentire solo quell’odore; giornate intere sugli alberi, dove c’è quell’odore di nidi di uccelli.

– Come avventura è stata audace –

Dodin chiudeva il conto: – ecco, è finita – un tremito dalla radice dei capelli si diffuse in tutto il mio corpo e un grido dentro scavò ancora di più il mio vuoto. Per lui era stata un’avventura e ora ne sgusciava via come una nocciolina dal suo involucro, dopo averla frantumata; certo, non aveva usato tenaglie Dodin, con quei capelli arruffati, quel sorriso di ragazzaccio dalle mani troppo grandi per offrirmi un fiore; mai mi aveva offerto un fiore, forse non ne aveva avuto ancora il tempo; no, Dodin non frantuma nulla, consuma, sì, consuma un’avventura audace che si era succhiata, in un mese, tutta la passione, l’amicizia, la complicità: – stronzo – , sento ancora le sue parole – quando porto a letto una donna, significa che per me è già la mia donna – E’ allora che ho lasciato che tirasse l’amo: gli uomini dovrebbero essere sempre quello che sembrano ( Otello , atto III) . sembrava affidabile, Dodin, poi, tirato l’amo… chi l’avrebbe creduto?

– il coltellino dei formaggi, s’il vous plait; questa ‘assiette’ te la ricorderai per sempre –

– l’ ‘assiette des fromages’ è una specialità tua, Dodin – lo dissi con voce incrinata; Dodin fece finta di niente, il suo sguardo era vacuo, non voleva incontrare il mio. Dentro i miei occhi, in un flash, apparve la sua casa; casa senza donna, piena di oggetti personalizzati, preziosi per lui, che li aveva acquistati durante i suoi molti viaggi, ma non calda

– hai tutto, Dodin, in questa casa, eppure, non saprei, Dodin, è un pò come tirata fuori da una bella rivista di arredamento, studierò che cosa manca per darle quel sapore di vissuto –

– te – mi gridò da sotto la doccia – manchi te! –

Allora fu un brivido di gioia. E’ vero, mi spaventò abbastanza sentirmelo dire; non ero abituata alla convivenza con un uomo – dammi un poco di tempo – feci io, ma intanto mi convincevo che era bene che portassi a casa sua un pò dei miei libri e dei miei vestiti.

Bacon e cipolla sfrigolavano sul fornello, friggeva anche la mia testa

– no, così non si può fare questa cena – mi sfiorò il collo e mi disse – -adieu- non risposi, meglio tacere, non voglio finire con un litigio, non avrei voluto proprio finire, ma era accaduto, ancora una volta era accaduto. Un nodo alla gola mi impediva tutto, anche il più piccolo movimento: rimasi annichilita, ferma, con il manico della padella in mano – ferma – mi dicevo – chissà che cosa mi succederebbe, se mi muovessi – . Strano – al banco del bar – ripetevo dentro di me – al banco del bar – che buffo il cervello; quando sta per precipitare, sposta l’accento su una assurdità e ci si àncora – al banco del bar – se non avessi ripetuto meccanicamente quella frase, mi sarei disintegrata. Feci un gesto, uno solo, chiusi la manichetta del gas: la cipolla si era imbiondita abbastanza.

Avrei preferito il colpo della porta che si chiudeva dietro di lui, che se ne andava, forte come uno schianto: uno schiaffo in piena faccia, che mi scuotesse tutta, e invece … mi accorsi che non c’era più soltanto dal silenzio più denso della casa – ma io lo amo! – mi gridai dentro senza voce e i singhiozzi si sciolsero aridi e asciutti.

Spensi tutte le luci: il buio, il divano, le pesche rosse come fragole, les fromages, ‘caprice des dieux’, quella città del Midi colore di lavanda, i suoi silenzi, le mie parole, le sue paure, le mie paure. Avrei gridato e mi vedevo la faccia surreale del ‘Grido’ di Munch, ma non importava più: neppure io mi sarei ascoltata. Mi osservavo dentro con uno stupore profondo, un bruciante stupore che frantumava il vetro della coscienza: quando tutti i pezzi precipitarono a terra, anche le più sottili e taglienti schegge, mi addormentai…

– E’ un ‘Glicot’: quello che piace a te –

dal nero di pece del mio sonno uscì la voce di Dodin

– Dodin, perché? –

– non dire niente, ho fatto un pò di strada, ma l’ho trovato, il ‘glicot’, non potevamo cenare senza.

 

 

 

 

 

28 gennaio 2016

Un clicqot

Un ‘Clicqot’     Dodin dichiarava – le pesche sono rosse come fragole – Io osservai che mancava lo champagne, non lo avevo in casa – […]